I primi gialli d’autunno

Fine settembre, voglia di bosco.
Alcuni rami di larice iniziano a cambiare colore e si tingono di giallo. Forte sbalzo termico, dicono i forestali, con i primi geli, il verde intenso si trasforma in oro. Ogni albero ha il suo primo mutamento che lo porterà verso l’inverno. Sembra proprio si stiano preparando per la stagione più fredda, una sorta di “cambio degli armadi” versione vegetale.
Basti pensare che mancano “solo” novanta giorni a Natale.


Adoro la nebbia sulle cime, quel particolare momento in cui inizia a calare, in silenzio e lentamente. L’aria frizzante che ti fa prudere il naso e che ti rende le mani di ghiaccio. Una nuova energia mi cattura, mentre i pensieri scorrono veloci tra guanti e berretti di lana, profumo di infusi che sanno di cannella e anice stellato, un libro davanti al focolare, magari con tante castagne scoppiettanti. Ne ho una marea di libri da leggere….e staserà ne inizierò uno sotto il lanotto.

Insultatemi pure perché amo questo periodo dell’anno, quando le giornate si accorciano e si passa più tempo in casa che fuori. Anche se a dire il vero non è detto: il bosco mi chiama sempre ma in questo periodo è una meraviglia, un’esplosione di luci e mille sfumature e io non voglio perdermi niente.
Penso alle mie pentole di rame e ai brasati con la polenta di patate o il mio piatto preferito, patate lesse e uova sode, con magari un bel pezzo di formaggio stagionato. Ormai le malghe stanno tutte chiudendo e gli animali tornano in valle dopo una bella vacanza durata poco più di tre mesi.

La mia domenica alla ricerca di qualche prodotto dell’alpeggio non ha portato molti frutti, anche se in realtà mi ha dato tanta carica il solo cercarli.
Vorrei tanto una cantina, un avvolto in qualche paesino sperduto dove conservare questi tesori di montagna e prima o poi lo troverò. Comincerò con il cercare una scalera, la vorrei in legno di betulla per far riposare (e girare) le preziose forme che sto raccogliendo (perchè poi tra una telefonata e l’altra qualcuna l’ho trovata…).

I miei passi verso Malga Strino lungo la mulattiera della Grande Guerra mi hanno permesso di riflettere su un bel po’ di cose. Camminare mi aiuta sempre e mi rafforza. Tenendo lo stesso ritmo, respirando piano il profumo della Natura. E se poi alle spalle so che a proteggermi c’è la Presanella, questo mi aiuta ancora di più. Perché è unico salire in quota per poi ogni tanto girarsi ed ammirare quello spettacolo che raggiunge i 3.558 metri. Anche se ogni tanto la Cima prova a giocare a nascondino nelle nuvole.


I pascoli sono ancora verdissimi. Tra alchemilla, eufrasia, cardi in fiore e il rio Strino che si fa spazio tra i larici, si arriva alla malga a 1.937 metri di altitudine dopo circa un’ora e mezza di cammino dal parcheggio sulla strada che va verso il Passo del Tonale. Ci sono molti sentieri lì; mi mancano i laghetti di Strino e la città morta che una carissima amica mi ha promesso mi ci accompagnerà presto. La stessa amica da cui ho pranzato a suon di tortei e tantissimo altro che vi mostro qui sotto.

La magia della montagna che si trasforma, calma la mia tempesta e mi riporta in equilibrio su quel ponte di legno e corde che continua a dondolare. Lasciare gli appigli sicuri è molto difficile quando si ha paura di cadere. Ma è rassicurante sapere che esiste un luogo in cui quella sensazione sparisce.