Passaggi

Finalmente sono uscita di casa. Prima la spesa e poi visita alla mamma. C’erano le primule al supermercato, di tutti i colori. Finisce febbraio, il giovane 29 che compare ogni 4 anni, e con un po’ di anticipo tutto porta a pensare a primavera. Tranne il cielo che nel pomeriggio si è rabbuiato.

Il tragitto da casa di oggi a casa di ieri mi fa sempre riflettere sulle vicende del mio passato. Appena mi avvicino e riconosco il bivio che invita ad entrare in paese, penso a me bambina o adolescente e a tutti i cm2 calpestati su tutte le vie, avanti e indietro con l’amica del cuore a parlare di tutto e del nulla cosmico. O dei luoghi della compagnia in motorino, su quel Ciao tanto sognato durato un mese perchè vivevo fra le nuvole, ascoltavo “Cenerentola innamorata” di Masini sotto il casco e la Fiat Uno verde con le 4 frecce vistosissime non l’avevo proprio vista. O l’espressione incredula, spaventata (e assolutamente  indimenitcabile) del mio amico Cipo di fronte ai cerotti sulla mia faccia gonfia e tumefatta. E chi si dimentica il gesto istintivo di mio papà mentre taglia le cinghie del Nolan integrale bianco.
Sorrido da sola in macchina, accarezzando dolcemente il ricordo, mentre mi avvicino a casa.

Come si definisce il passaggio tra l’infanzia e l’adolescenza? E quello tra l’adolescenza e l’età adulta? Non lo so davvero, ma mi piace rifletterci.

Poi incontro il medico di base di quando ero bambina che ha superato gli 80 anni da un po’ e mi riconosce. Ripenso a quello che mi diceva, trasformato poi in uno dei miei mantra,  e cioè che il caffè latte fa venire i calcoli allo stomaco o comunque che è un mix che fa male. I ricordi iniziano a correre e mi torna in mente quell’attimo in cui dice a mia mamma che non mentivo quando dichiaravo un dolore fortissimo alla pancia. Lei pensava non volessi andare a scuola (del resto mi lamentavo ogni mattina…altro che Pierino e il lupo) e intanto io ero arrivata quasi alla peritonite. Avrò avuto 11 o 12 anni. E che lucidità nelle risposte all’infermiera all’ospedale che mi chiedeva davanti a mia mamma se avevo mangiato qualcosa quella mattina mentre mi preparavano per portarmi in sala operatoria. Ma con che coraggio ammettevo di aver rubato un tegolino (o forse due) dalla dispensa? Per un’operazione? Non ne capivo davvero il motivo.

Costeggio a piedi l’edificio che è stata la mia scuola elementare (oggi al posto delle aule ci sono appartamenti). Ne tocco i muri e rivivo pezzi autentici della mia storia. Le gare di lettura, le cartucce della penna stilografica, il latte fresco a ricreazione (rigorosamente trentino), il non poter mai dire “ho dimenticato i compiti a casa” considerato che abitavo di fronte alla scuola (l’ho fatto, l’ho fatto….un figurone). La nevicata dell’85, la scuola chiusa, i fortini e le slittate. Ero la quinta in ordine crescente nella scala dell’altezza della classe (eravamo in 12) fino all’ultimo anno e adoravo giocare a dame e cavalieri. Ho saltato la prima, sostenuto un esame e per me le elementari sono iniziate dalla seconda. Non mi ricordo assolutamente niente del mio primo giorno di scuola ma l’esame si; dovevo scrivere molte parole a fianco a delle immagini. Cose tipo limone, libro, sedia, acqua. E mio fratello ogni Natale mi ricorda che non sapevo scrivere sacco a pelo che per me era “sciacquapelo”.

Vedo la chiesa e ripenso alla mia Comunione. Il vestito con le pieghe, le ballerine tutto rigorosamente giallo pulcino con qualche filo d’argento e l’orologio Casio. Ricordo che ho impostato la sveglia che è suonata esattamente nel momento più importante della celebrazione … e l’occhiataccia di Don Valerio, ma chi se la dimentica.

Ero anche un po’ artista: riuscivo miracolosamente a cambiare il colore di vestiti e scarpe. E contemporaneamente facevo disperare mia mamma. Come rimuovere dalla mia mente le bermuda rosse nuove di zecca piene di resina per la mia irresistibile tentazione di arrampicarmi su tutti gli alberi che incontravo. Per non parlare delle latte di nafta nel rio in secca che taglia il paese, con cui era impossibile per me non giocare, tingendo tutto ciò che indossavo di un nero unto e puzzolente. E la povera mamma della mia complice in questi simpatici accadimenti, che cercava di ripulirmi al meglio.

Guardo i miei nipoti con un affetto che mi riempie il cuore. Crescono si, ma per me sono sempre un po’ bambini e vorrei solo stringerli e raccontar loro un milione di favole.

E’ bello tornare a casa e rivivere tutto questo. E’ un misto di nostalgia, imbarazzo e grande orgoglio, non so come spiegarlo meglio. Mentre rientro verso casa di oggi, ne parlo con il cielo e so che come sempre mi ascolta e in questo caso mi strizza l’occhio, ridendo.