L’incantesimo del Natale non ha fine.

Sto guardando in tv come tutti gli anni la sera del 25, “A Christmas Carol” di Zemeckis. Malata da sempre di Natale, il mese di dicembre ho le mie abitudini: pigiami rossi e calzettoni con le renne, tazze rigorosamente con fiocchi di neve, Babbi e pupazzi, coperte da magici disegni. Tra profumo di cannella, anice stellato e chiodi di garofano sono felice di rivedere tutti i film, vecchi e nuovi, che trattano il mio tema preferito. Ma di sicuro nel silenzio della mia casa addobbata in modo semplice tra candele e luci sul mio abete, mi rifugio in tutti i racconti fantastici che riportano quasi sempre al Grande Nord o a boschi innevati e paesi ghiacciati. E’ più forte di me, nonostante la mia veneranda età, adoro questo periodo… volo con la fantasia tra i tre spiriti di Dickens e ripenso sempre alla mia incantevole infanzia. Magari non mi ricordo cosa ho fatto ieri ma ho ben scolpito nella mia mente l’emozione della vigilia a casa, la notte nascosta sotto le coperte con gli occhi sbarrati, ascoltando tutti i rumori provenire dalla cucina. Non riuscire ad addormentarsi dall’agitazione di fare il più piccolo scricchiolio e far fuggire qualsiasi cosa portasse i doni, rimane una sensazione incredibile. Non era tanto per i regali perché “ai miei tempi…” erano…uno solo, al massimo massimo due. Ma era una gioia reale, immensa. Oggi è molto triste vedere quanti bambini sono felici solo di scartare miriadi di pacchetti per poi abbandonare il tutto ancora quel giorno….
Io mi alzavo prestissimo, svegliando i miei fratelli, correndo in camera dei miei. Bisognava aspettare di essere tutti insieme per aprire i regali. C’erano le canzoni del Coro Paganella di sottofondo e la cioccolata calda. E poi durante tutto il mese a scuola c’erano i preparativi per la recita, la poesia da imparare a memoria, i lavoretti per i genitori, la Messa di mezzanotte. Un incantesimo durato fino alla quarta elementare  quando mi è stato svelato il mistero di chi portava i regali. Ancora oggi a quel compagno di classe non ho perdonato di aver fatto sparire la magia…(grazie tante G.B.!!). Ma non ho mai smesso di credere che l’aria cambia con l’arrivo dell’inverno. Non sto parlando di ipocrisia e finto buonismo. Parlo di atmosfera, di sogni, di fiabe e di elfi. Solo chi ha vissuto un’infanzia come la mia può sentirsi così… e negli anni ho raccolto una serie di libri di Natale..da appunto “Canto di Natale” che rileggo sempre oltre che piazzarmi davanti alla tv quando lo trasmettono, a “il Natale di Peter coniglio” , “Piccole donne” , “Miracolo di una notte d’inverno”.
Ogni anno mi riprometto di regalare più tempo e meno cose materiali, ma fino all’ultimo giorno è un disastro tra lavoro, corse pazze e mille pensieri. E non va bene. Il tempo, lo ripeto sempre, è l’unico gioiello prezioso della nostra esistenza. L’unica “cosa che vale davvero la pena donare.   

L’incantesimo del Natale
Questo articolo è tratto da «la Lettura» #262 del 4 dicembre 2016

“La sera del 23 dicembre 1988 ero in camera dei miei genitori, all’epoca avevo sette anni e saltavo sul materasso per imitare gli acrobati del circo Orfei che erano stati a Rimini. Sono finito a terra per una capriola maldestra, prima di rialzarmi ho notato che dall’anta dell’armadio spuntava un nastro da regalo. Ho aperto l’anta e ho trovato tre pacchi incartati. Erano blu e rossi e uno aveva una fantasia presa dai libri di Richard Scarry. Ho richiuso tutto e ho smesso con le acrobazie, sono tornato in camera miaLa sera dopo mia madre mi ha messo a letto dicendomi che dovevo dormire altrimenti Babbo Natale non sarebbe venuto. Non ho chiuso occhio, quando ho sentito che i miei genitori andavano nella loro stanza mi sono alzato e ho aspettato dietro la porta. Ho ascoltato il loro armadio aprirsi e qualcuno che tornava in salotto. Sono uscito, ho percorso il corridoio e alla fine ho visto Sauro — già all’epoca chiamavo mio padre per nome — che sistemava in pigiama il pacco di Richard Scarry sotto l’albero di Natale. «Sei tu», ho detto. Mi ha guardato: «Ormai sei grande».
Charles Dickens l’ha chiamata l’infrazione, il momento in cui un incantesimo decade. Diede a Scrooge, il protagonista di Canto di Natale, questo sentimento. Un ricco taccagno disilluso che viene redento dallo Spirito natalizio in una notte di Vigilia.
Dickens raccontò che per ritrarlo si Esplora il significato del termine: La sera dopo mia madre mi ha messo a letto dicendomi che dovevo dormire altrimenti Babbo Natale non sarebbe venuto. Non ho chiuso occhio, quando ho sentito che i miei genitori andavano nella loro stanza mi sono alzato e ho aspettato dietro la porta. Ho ascoltato il loro armadio aprirsi e qualcuno che tornava in salotto. Sono uscito, ho percorso il corridoio e alla fine ho visto Sauro — già all’epoca chiamavo mio padre per nome — che sistemava in pigiama il pacco di Richard Scarry sotto l’albero di Natale. «Sei tu», ho detto. Mi ha guardato: «Ormai sei grande».
Charles Dickens l’ha chiamata l’infrazione, il momento in cui un incantesimo decade. Diede a Scrooge, il protagonista di Canto di Natale, questo sentimento. Un ricco taccagno disilluso che viene redento dallo Spirito natalizio in una notte di Vigilia.
Dickens raccontò che per ritrarlo si era ispirato soprattutto a un avvocato londinese che aveva incontrato il 24 dicembre in una delle sue interminabili passeggiate. L’avvocato usciva trafelato dal suo studio, andò a sbattere contro lo scrittore sul marciapiede, maledicendolo e maledicendo il Natale che rendeva tutti ebeti. Erano le sette della sera, Dickens si fermò e si accorse che la strada era già vuota. Sentì allora cos’era per lui quel giorno di festa: l’oblio. Dimenticarsi ciò che si è. Non sono più un avvocato, non sono più in una strada trafficata alla sette della sera. Non sono più uno scrittore. Dimenticarsi, per poter essere. L’ebetismo invece della scaltrezza, l’incerto invece dell’identità, il patetico invece del contegno. Fermarsi allo stato di vigilia, l’infanzia, quando traboccano le illusioni.
Il codice dickensiano del Natale è l’attimo che precede: il salto sul materasso, credendo di poter diventare un acrobata, il secondo prima di non essere più un acrobata. Lo scrittore rincorse questo frangente per un’esistenza, usando i libri per preservarlo. Solo in un’occasione, all’inizio della carriera, si accorse di aver sradicato la magia. Accadde nel dicembre dei venticinque anni, quando avvertì che l’incanto stentava. Il preludio dell’infrazione ha un’origine chirurgica: il successo del Circolo Pickwick che pochi mesi prima gli aveva dato la fama. Charles non riesce a scordare Dickens. Charles è solo Dickens. Così dovette tornare là, all’infanzia che la fama sta consumando: Oliver Twist è il ritorno. Lo concepì anche qui, ed è in questo orfano che depositò il prodigio di ogni bambino mentre scopre il padre sotto l’albero, e lo dimentica.
Eppure qualcosa resiste anche negli avvocati che maledicono il Natale, e corrono a casa a incartare regali. «L’aria di festa contagia e migliorerebbe se credessimo in Dio, se sapessimo cucinare, se fossimo mammole più di quel che siamo». Lo disse Somerset Maugham che si rimangiava queste parole ogni volta che tornava a Parigi.
Parigi era la sua vigilia, rispetto a Londra, rispetto alle amate Spagna e Germania, all’adorata India. Parigi era il suo poter essere. Nella Ville Lumière cercava la sosta a Père-Lachaise nella nebbia che protegge le lapidi e i viventi in ritiro. Come per Federico Fellini, che visse il 24 al paesello — così chiamava Rimini — correndo in automobile per il litorale da Cesenatico a Gabicce, taciturno e pensieroso davanti all’Adriatico in burrasca, per poi tornare a contemplarlo dalla camera 318 di un Grand Hotel in ghingheri. È un Natale senza tempo, di liturgia eterna, e si estende a sentimento. Lo consacra John Williams che fa vivere a Stoner «l’attesa magnifica, quasi natalizia» di essere dove si vuole essere.
Per Stoner un 25 dicembre significa sedersi nel suo studio all’Università, quando i corridoi sono vuoti e lui sente la solitudine innocua. Stoner, forse, incarna la sostanza letteraria più vicina a cosa vuol dire rincorrere il Natale: la vocazione. Essere devoti a qualcosa per cui si è venuti al mondo, nel suo caso l’insegnamento, anche se tutto intorno viene a mancare: i colleghi ingiusti, il sistema universitario ingrato, un’infanzia che non ha niente di festa, il vuoto d’amore. Essere il proprio stato di vigilia nonostante.
Stoner custodisce un cristianesimo sotterraneo che conta forse più di un’ora di messa. È un vangelo francescano e deve qualcosa a Jack Kerouac, cattolico fervente, che trascorse più di un Natale tra i boschi di Big Sur, cercando la Natività nella natura beata. Jack l’ingovernabile, che adesso si inginocchia a terra e invoca «i Re Magi che vengono dal sottosuolo, la vergine Maria del ghiaccio e della neve, Giuseppe degli alberi, Gesù come una stella». Così si avvera l’unica strada di Jack Kerouac, indagare la purezza quando ancora è purezza, l’attimo che precede.
Anni dopo chiesi a mio padre se ricordasse quella notte di Natale del 1988. Rispose che la ricordava, e non aveva dimenticato il mio pianto del giorno dopo. Mia madre confermò, tutt’oggi non ho memoria di quelle lacrime. Chissà se l’oblio ha riparato l’infrazione, difendendo un senso natalizio che dura in me da trentacinque anni. Imbarazza confessarlo, ma da fine novembre avverto un senso di possibilità che rasenta la gioia.
Mi conforta un’ammissione di Dino Buzzati che diceva di percepirsi lieve nel periodo natalizio. Buzzati, che era uomo di liturgie, faceva ogni giorno una passeggiata nel quadrilatero della sua Milano, tra via San Marco e corso Garibaldi, sostava al banchetto di una signora che vendeva fiori tra Solferino e Largo Treves, a volte prolungava il cammino e decantava un’idea narrativa prima dei ritmi redazionali. Si racconta marciasse elegante e accorto, e che amasse molto le luci di dicembre di una Milano vestita in carta da regalo. Il Natale erano anche le sue montagne, nel bellunese innevato e in una casa d’infanzia che lo ritrovava bambino.
Ed è questo, in fondo a tutto: ritrovarsi. Nell’attimo che precede, nella dimenticanza, nell’esimersi dalla maturità: qui ci parlano gli Stoner, e gli Oliver Twist, stati di Vigilia che si insinuano anche quando siamo grandi. Come in un episodio tra Buzzati e la sua Almerina, sposata proprio a dicembre. Si racconta che Dino tornò a casa una sera, un anno dopo il matrimonio. Natale era alle porte e Almerina aveva rimescolato le pareti di casa appendendo nuovi dipinti del marito. Lui si rabbuiò. Almerina, donna laica e ironica, chiese se lo imbarazzasse vedersi rimescolato al muro senza preavviso. Lui scosse la testa, e disse che non era quello, erano piuttosto gli addobbi della festa. Mancavano, e lui ne aveva voglia.” (Marco Missiroli)