Cronaca del mio primo giorno di rientro

Dopo esattamente 36 giorni, oggi sono rientrata in ufficio.

Sono grata di aver avuto la possibilità di rientrare, per tantissimi motivi:

1. Ripensare il futuro. Perché in questo momento tutto è diverso, noi siamo cambiati, le nostre abitudini, i nostri pensieri, la nostra prospettiva. Gli schemi abituali di tutti sono mutati in maniera impressionante e bisogna riflettere attentamente mettendoci tantissimo impegno e un incredibile ed energico ottimismo. Nel rimescolare totalmente le carte, a volte, possono uscire moltissime opportunità anche di migliorare. Abbiamo l’occasione di ricominciare alcune cose, daccapo. Ovvio, meglio se non succedeva. Ma è successo, purtroppo. E speriamo di aver imparato qualcosa.
2. Ufficio non è = a casa. Io adoro la mia casa perché appunto è Casa, non un ufficio. E’ piena di tentazioni che mi chiamano urlando come il forno, il frigo, la dispensa, il ghiaccio sempre pronto…e non va bene. Non va affatto bene. Ho lavorato tantissimo in questi giorni ma finisce che non si stacca mai la testa. Credo che gli spazi debbano essere ben definiti e anche le cose. E poi lo schermo del pc in ufficio è molto più grande, non c’è rischio di accecarsi.
3. La tecnologia. Il Wi-fi. Potrei aprire un capitolo a parte. Video chiamate infinite in cui si bloccano le espressioni dei vari interlocutori o magari non si sente bene la voce di qualcuno e quindi si devono ripetere cento volte le stesse cose. Che poi anche sta cosa delle videochiamate. Parliamone. Si definiscono genericamente “call” ma quando tu pensi sia skype, è meet, poi pensi a meet e invece era hangout o altri mille mezzi simili. Infiniti gruppi di persone parlanti, metti il microfono, togli il microfono… ti senti Ralph Macchio in Karate Kid (metti la cera, togli la cera, ma non impari a fare karate, videochiamando). Ok, ok, la smetto. Era solo per sorridere un po’. La tecnologia si è rivelata utilissima in questo frangente, devo ammetterlo. Ma se già prima dipendevo dal cellulare in maniera incondizionata e perenne, ora tra tutti gli apparecchi elettronici….ho più cavi di alimentazione che spaghetti in dispensa. Quando finirà lo smart working come lavoro quotidiano, ci sarà bisogno di disintossicarsi alla grande dalla tecnologia. E la montagna e il bosco, aiuteranno di sicuro.
4. Movimento. Ossigenare il cervello. Non smetterò mai di dirlo. Dal 7 gennaio all’11 marzo se non ero in trasferta, al lavoro andavo o tornavo a casa, a piedi. Poco meno di 20 km in un giorno, quando riuscivo a far entrambi. Quasi 30.000 passi al giorno. Un toccasana per le gambe, per il cuore, per la mente. Il mio mantra è zaino in spalla e camminare, il più possibile. Sveglia all’alba e rientro per cena.

La situazione del lavoro a casa è un po’ diversa.
Ci sono giorni in cui il contapassi segna tipo 30. Non 300 e nemmeno 3000…. e ti cresce il nervoso nei muscoli e l’umore nero di suo, non è assolutamente aiutato. Già il clima che stiamo vivendo è terrificante (parlo delle notizie, non della primavera, perché questa diciamocelo pure, è la più bella primavera della storia in assoluto), inoltre per rasserenare il buio dell’anima, sento un forte bisogno di mangiare un’infinita quantità di cioccolato per aumentare la serotonina e quindi tornare felice.

Ecco il quadro sintetico di questo mio periodo. E lungi da me lamentarmi considerato che la mia non è di certo la situazione peggiore. Anzi. Ma spero per tutti, anche per me, che si ritorni il prima possibile alle nostre attività. Magari non tornerà tutto esattamente a come-era-prima, soprattutto i primi tempi, ma ad una nuova normalità che con ingegno e tante idee, tutti possiamo contribuire a creare. Sono sorte tante nuove attività così come fette di mercato che chi avrebbe mai pensato.

Per 36 giorni sono rimasta in casa, uscendo 3 volte per la spesa ad una manciata di metri.
Questa mattina invece, mi sono svegliata alle 5.30, mi sono preparata il pranzo da portare con me e sono andata al lavoro a piedi.
Pochissime persone in giro forse 10 persone da lontano) anche credo grazie all’ora ma impressionante è il centro della città in una delle principali ore di punta: forse 20 auto, una decina di furgoni e qualche autobus (con all’interno pochissime persone). Idem il rientro con però più gente in giro.

Perché a piedi?
Queste di seguito le mie possibilità di mezzi da utilizzare per il tragitto:
– la macchina. Dopo lo scherzo della frizione adesso c’è lo scherzo della spia di avaria al motore. No comment.
– il trasporto pubblico. Preferisco evitare in questo momento. Mascherina, guanti, amuchina, sguardi sospetti (degli altri…)
– la bici. Sarebbe una soluzione allettante ma essendo maldestra, di questi tempi è sconsigliato farsi male e so che i tombini sono sempre pronti a farmi lo sgambetto…
– non rimane che il mio mezzo preferito, i piedi. Anche oggi, nonostante l’angoscia di una città semi vuota, sono rimasta ammutolita di fronte alla primavera che è definitivamente esplosa nei suoi magnifici colori. Concludo dicendo che alla natura, del virus, non importa proprio niente. Lei sboccia imperterrita, profuma di buono e ci regala un cielo indimenticabile che ho cercato di fermare negli scatti che ho messo in copertina.
E l’aria inizia con calma, lentamente, a sapere finalmente di libertà.