La mente, mente

Lei è Giada.
Un giorno di 5 anni fa ha iniziato la sua giornata in modo per lei normale, quotidiano. E dopo una manciata di ore la sua vita è cambiata, radicalmente.

Oggi vorrei raccontarvi una storia diversa dal mio solito, entrare nella vita di una persona che non sono io e darle voce. Un altro tipo di montagna da superare, una diversa cima da raggiungere. Quando succedono queste cose, che fra poco leggerete, è impossibile rimanere indifferenti. Ognuna di noi, ascoltando le parole di Giada stasera, ne ha proiettato il riflesso sui propri passi, sulle proprie ombre. E nell’uscire dalla porta siamo diventate tutte un po’ più ricche per avere condiviso un dolore, un’emozione, anche tanta paura mista però, in alcuni momenti, ad un senso di libertà.

13 aprile 2016
Una giornata come tante altre. La sveglia, prepararsi per andare al lavoro. Prima i capelli sciolti, poi la coda e alla fine uno chignon con tantissime forcine. Giada decide di indossare una delle sue camice preferite, regalo della mamma. Si mette le scarpe con i tacchi. È elegante, quasi troppo, tanto che il marito lo nota e chiede se c’è un motivo. È un periodo molto impegnativo in ufficio. Quella mattina il telefono continua a suonare. Giada è stufa di sentire quegli squilli e va in bagno. Inizia a sentire un formicolio alla testa. Apre la porta per uscire e inizia a vedere tutto girare. Si mette le mani sulla fronte, perché la testa le fa male e chiede alla collega di chiamare il 118. Dice ad alta voce “Sto morendo”. È lucida e questo tratto la accompagnerà per tutto il percorso. Parla in modo molto rallentato. “Avvisate mio marito, sto morendo”. Lo ripete un’altra volta perché se lo sente. “Chiamate anche i miei genitori”. Arrivano i volontari del 118. Rimane sempre cosciente e inizia ad avere un senso di nausea ad ogni movimento. È realmente convinta di morire e rimane un’ora per terra. Gli operatori la portano in ospedale e una volta lì, si ricorda che un’infermiera le ha chiesto se ha sempre avuto occhiaie così profonde. Lei non lo sa perché non si sta guardando allo specchio. Riusciva a scherzare, faceva perfino qualche battuta. In ospedale è arrivata verso le 12.30 e la portano subito a fare una Tac alla testa. Le forcine: perché si è messa tutte quelle forcine ? Non le mette mai e per la Tac sono un grande problema. Le tagliano la sua camicia preferita. Le trovano un’emorragia sopra l’occhio destro. Poi arrivano le parole pesanti: aneurisma, operazione alla testa, intervento urgente.

A questo punto tutte noi siamo completamente rapite dalle parole di Giada. Sentiamo il suo dolore, cosa ha provato. Ascoltiamo concentrate ma contemporaneamente pensiamo a noi o alle persone della nostra vita che sono state male, che stanno male ancora oggi.

Quando ti dicono che devono farti un’operazione urgente alla testa credo sia naturale porsi mille domande.

La trasferiscono a Verona in elicottero. Il rumore del motore ogni volta che lo sente, le ricorda l’angoscia provata quel giorno. Mi chiedo in quel preciso momento come sia avere la percezione reale della morte.
Giada è una mamma e il pensiero va subito ai figli. Chiede alla dottoressa “Sto morendo?” “La situazione è molto seria” risponde. “E i miei figli come faranno senza di me?” “Cercheremo di salvarti” la rassicura.
La operano.
Del giorno dopo, il 14 aprile, non ricorda nulla, lo considera un giorno inesistente. Il marito aveva preparato la valigia per la moglie, come è giusto fare quando la metà della tua vita va in ospedale.
Si erano salutati a Trento. Lui aveva preso la macchina per raggiungerla, sapeva che era a Verona ma non sapeva bene in quale ospedale. Una volta trovato, ha iniziato a girare con la valigia incollata alla mano senza ricevere nessuna notizia.
Un pensiero insistente oltre ai figli era per i suoi genitori. Si commuove mentre ne parla perché alla fine, anche da adulti, mamma e papà sono sinonimo di casa, di protezione, di rifugio.
Finalmente alle 23 del 13 aprile, una giornata interminabile, i medici comunicano alla famiglia che Giada è stata operata. È in coma, in rianimazione.
Si ricorda delle macchie di colore. Sono i vestiti intorno al letto perché una volta sveglia, li riconosce.
Fa un accenno alla solitudine del periodo Covid. Perché lei in rianimazione ha sentito molto amore, l’ha sentito, l’ha salvata. L’amore ci salva è il titolo di un dipinto di un’amica.

La sala di rianimazione è un posto con molte persone, tutte in coma. Giada invece si è svegliata quasi subito. Ha molti ricordi della famiglia e dei colori come senape e blu elettrico, i vestiti di suo padre. Appena aperti gli occhi, ha chiesto al marito di spostare l’appuntamento per le unghie. I medici intanto avevano detto che non c’erano speranze: il 70% dei casi muore subito, il 30% muore dopo 15 giorni oppure rimane con gravi disabilità.
Assorbiva la sofferenza di tutti gli altri pazienti che aveva intorno. Giada è rimasta sveglia 15 giorni in rianimazione senza mai dormire. C’era un orologio che le mostrava il tempo che passava lento. Aspettava le 15 perché entrava la famiglia, max 2 persone.
Speranza.
Parlava molto lentamente e male. Sentiva che le gambe non erano a posto.
“Cosa mi aspetta?” si chiedeva.
Un giorno inizia a parlare molto peggio del solito e questo significava un’altra Tac. C’è da dire che spostare un paziente dalla rianimazione per una tac non è per niente semplice. È tutto un macchinario e un tubo.
Angoscia e paura.
Molti dei pazienti sono morti, c’era disperazione, senza nessuna intimità. Lei era viva. In rianimazione tutti i giorni ti lavano, agli uomini fanno la barba. La notte c’è sempre molto rumore, molta gente e la musica è sempre accesa. È un mondo che pochi conoscono.
Giada si ripeteva, “Se esco viva, certe cose non le permetterò più, a cominciare dal cambiare lavoro.”

Due settimane in rianimazione, poi in reparto per una settimana, e per finire tre settimane all’Eremo di Arco per la riabilitazione. In quelle tre settimane Giada studia per cambiare lavoro e il 21 giugno si presenta al concorso che vince. I medici le dicevano che era impossibile.
Lucidità.

Ogni tanto se lo chiede “Perché io non sono morta?” Ogni giorno la visitava un prete e lei era sempre arrabbiata perché credeva volesse darle l’estrema unzione. Col tempo la rabbia è sfumata cedendo il posto alla speranza. Una volta fuori, le cose non migliorano: attacchi di panico, problemi a livello emotivo, cinque anni molto faticosi.
Poi disturbi alle gambe o la bocca storta. Che succede? Ogni mal di testa è un incubo e corre in pronto soccorso. Nel luglio 2020 la svolta: una settimana a Verona con una diagnosi precisa. Si tratta di un danno organico dovuto all’emorragia, il suo cervello si spegne, il corpo e la testa non sono collegati. C’è un corto circuito e bisogna riportare l’elettricità alla mente. La mente, mente. Dobbiamo ingannare la mente perché si può rischiare di finire su una sedia a rotelle a causa di un disturbo motorio funzionale.
Grazie ad un’equipe di Verona specializzata, Giada impara la tecnica della distrazione, alcuni esercizi semplicissimi con le mani per distrarre la mente. Qualche volta è imbarazzante ma molto efficace. Quando ti vengono le crisi, perdi la memoria del movimento. La soluzione è molta attività fisica ed esercizio all’aria aperta. Davanti ad una crisi, si inganna la mente. E poi ci sono i neuroni specchio: servono per copiare i movimenti che da sola Giada non potrebbe fare. E ora? Giada è arrivata ad un’ennesima prova, superare i limiti, la soglia della fatica. Si chiede ancora come può fare a distinguere se le viene un’altra emorragia.

Il 13 aprile è il secondo compleanno per Giada. Significa ansia e rinascita.

Mai abbassare la guardia.
Camminare sempre. Anche quando non se ne ha voglia.
E soprattutto rallentare la propria vita.
Guai sprecare le seconde possibilità.

Imparare a non aver paura (è la cosa più difficile).

Grazie Giada.

E grazie a Veronica di VeroLab per aver organizzato e ospitato questa serata con Giada, perché non sono mai abbastanza i momenti che ci insegnano il valore della vita, il significato del tempo. Lo dobbiamo a tutte quelle persone a cui non è concesso vivere.