Essenze di pino cembro tra distese di fiori, roccia e ghiaccio

Un incanto. Nove ore a bocca aperta. Alcune, trascorse ridendo con le cascate e i piedi nell’acqua gelida. Altre a camminare, passo dopo passo, immergendomi nei ricordi di quasi dieci anni fa. Di una giornata per certi lati alla fine divertenti: c’era la neve, tanta. Se il percorso estivo è molto lungo come non pensare che in inverno di sicuro non si accorcia? Anzi.
Era il 14 novembre 2010, una giornata per me indimenticabile. Forse una tra le 3 più importanti della mia vita. Di sicuro, ne ha virato il corso con profonda decisione.
Non perchè un collega ed io siamo stati recuperati dagli angeli rossi su un sentiero ormai buio e a rischio burrone, ma per come si è conclusa la serata rientrando a casa. Una notizia spaventosa, una malattia spaventosa.
Il cuore prima adrenalinico (per la paura e il dolore a caviglie e ginocchio mista alla speranza di vedere arrivare il soccorso alpino, mista alla felicità di vederlo arrivare) con questa comunicazione notturna, si era fermato. E per 5 anni ha smesso di battere.
Un cancro.
Una parola che non ti molla più, che non si cancella mai e poi mai dai tuoi pensieri. Anche quando dormi. Una parola che ti fa rivedere tutte le tue priorità. Anche quando avevi pensato a scelte diverse per la tua vita. Ma di fronte a quella parola tutto lo scenario, muta. E per me è stato come aver riacceso una fiamma sopita. Il tumore ha un potere immenso, indefinibile. Soprattutto sulla mente. Lo ha avuto a dire il vero. E’ passato.
Perchè lo abbiamo combattuto con le sue stesse armi, con la sua stessa determinazione. E siamo stati aggressivi anche noi con lui. E lo abbiamo spento con le terapie in primis ma anche con tanta energia.
Sono trascorsi quasi 9 anni da quel giorno e Fabio sta bene.

Per nove anni ho pensato a quella giornata, all’importanza che ha avuto nella mia vita. E sono tremendamente felice di aver rifatto quel giro. E volutamente al contrario, rispetto al mio percorso originale. Ai due percorsi originali a dire il vero perchè, oltre a quel 14 novembre, il giro dei laghi in Val di Peio ai piedi del Cevedale lo avevo già fatto da sola in luglio di quello stesso anno.

La strada che da Cogolo di Peio porta a Malga Mare, punto di partenza ufficiale del giro, era pulita: solo l’ultimo tratto, di alcuni tornanti, era chiuso da una stanga che ci ha fatto allungare di mezz’ora il percorso.

Il cielo era terso, completamente privo di nuvole. Il verde dei pascoli, intenso, punteggiato dai mille colori dei fiori di questo periodo. Prima destinazione, il Rifugio Larcher a 2607 metri. Chi mi conosce sa che per me la montagna è vegetazione. Amo soprattutto quella quota che va dai 900 ai 2200 metri slm che corrisponde esattamente all’alpeggio. Però ogni tanto piace anche a me uscire dalle mie convinzioni e vedere roccia, ghiaccio e neve.
Indescrivibile la sensazione provata. La luce di nuovo, ha preso il sopravvento sulle mie emozioni, commuovendomi. E l’acqua, l’elemento che tra tutti mi ha strappato delle risate altosonanti. Perchè mettere la testa sotto un getto spumeggiante saltellante sui sassi, ti rende altrettanto giocoso e pieno d’energia. Abbiamo incrociato qualche persona accompagnata da amici a 4 zampe…quante rincorse nelle pozze alla base delle cascatelle.
Ad un certo punto larici e cirmoli si diradano lasciando il posto alla roccia. Il sentiero si inerpica fino ai 2607 metri del rifugio. Il sole, anche a quell’altitudine, scottava la pelle.

Giunti alla prima tappa, ovviamente ci siamo rifocillati per bene: polenta, spezzatino, formaggio e crauti, ho rubato un wurstel dal piatto dell’amico Alan che mi ha accompagnato in questa avventura e dulcis in fundo, sachertorte (che non ho fotografato perchè ne avevo già mangiata quasi metà quando ho pensato di immortalarla…).
Radler media per la compagnia.
Ci siamo informati se il giro era tutto percorribile o se c’erano problemi di neve ma a parte qualche pezzetto, secondo il gestore era tranquillamente fattibile.
Seconda destinazione, quindi, diga e lago del Careser. Superando il Lago Lungo e il Lago Nero.

Calpestare la neve lungo dei sentieri immaginari sulla costa della montagna ti rende intimo con la natura circostante e devi rimanere molto concentrato sui tuoi passi, meno sul baratro che hai da una parte.
Mai guardare in basso.
Che sensazione di freschezza sulla pelle con tutta quella neve dentro gli scarponi…
Tra pause, risate e scatti fotografici ne erano trascorse già sei di ore e in lontananza vedevamo apparire le costruzioni della diga del Careser, il cui omonimo lago è un bacino artificiale le cui acque servono a scopo idroelettrico. Certo, la diga è maestosa ma lo spettacolo che avevamo di fronte ci ha lasciati ammutoliti per un po’. In quell’esatto momento, mi sono resa conto per l’ennesima volta della fortuna che ho di vivere in un territorio davvero bellissimo e che tra l’altro rappresenta tutto cià che amo.
Non ho molto da aggiungere perchè lascerò parlare le immagini

Era ora di ripartire con il grande rimpianto di lasciare quella meraviglia. Ma anche la discesa ha avuto il suo grande fascino perchè lasciata la roccia, siamo rientrati nei boschi annusando continuamente le essenze del bosco. Dai larici e dai cirmoli di nuovo al pascolo e al punto di partenza.
Nove ore in totale.

Sarà stata la stanchezza ma credo più la nostra anima colma di tutta quella bellezza, fatto sta che il ritorno è stato silenzioso.
Ho ripensato alla diversità di questi nove anni. Tutto compreso, bello e brutto, momenti facili e momenti difficili. Istanti felici e istanti tristi. Risate e lacrime. I cambiamenti, a volte anche molto profondi, ti permettono di raggiungere la tua verità.
E ogni mutamento fa parte della vita che comunque sia, vale più di qualsiasi cosa al mondo. Ogni giorno deve essere vissuto. E più giornate come questa e come quelle degli ultimi giorni, non faranno altro che renderla migliore, ricca di emozioni e meravigliosamente interessante.